Lo spoof movie demenziale parodistico americano è un genere che ha avuto modo di incrementare il suo successo in concomitanza con il suo disastroso peggioramento qualitativo.Gradevole e non fastidioso l’intervento di varie star in brevi camei (Jack White nel ruolo di Elvis Presley, Jack Black in quello di Paul McCartney, il ragazzino che faceva Malcolm nel ruolo di Buddy Holly) tutti intenti a spiegare chi fossero con un fare così divertentemente ed esageratamente didascalico da ricordare non poco i veri biopic hollywoodiani.
Il brano con cui si conclude il film è una delle prove di come spesso il cinema americano riesca a coinvolgerti anche emotivamente e a farti pensare d'esserti affezionato realmente a quella storia alla quale hai assistito, per quanto in diversi punti avessi pensato "ma quanto cazzo dura sto walk hard? Forse dovevo essere meno spocchioso e vedere la versione tagliuzzata!".
Consiglio affettuosamente la lingua originale; come fate con tutti quei giuochetti di parole? ("oh no! The tempations!").
Colonna sonora non fedelissima ai canoni musicali ma bella assai, forse anche per questo motivo.
VL
Secondo lungometraggio del regista norvegese Tommy Wirkola (non fate quelle facce! È norvegese! È ovvio che non abbiate idea di quale sia il primo di questi due lungometraggi), Død snø è un horror che da qualche parte viene anche spacciato per commedia-horror.
Non amo quando si da della commedia a qualsiasi film abbia al suo interno degli zombie e la cosa non venga presa con la mestizia necessaria (anche perché, ora, con tutto il rispetto, ma siamo anche nel 2009…); dal momento che esistono capolavori come “Fido” e “Shaun Of The Death” non me la sento di connotare con la medesima etichetta un film la cui unica “trovata comica” è quella di far sì che questa volta la classica comitiva di giovinotti in vacanza sulla neve venga trucidata da un manipolo di zombie nazisti.
Vogliamo perciò dire che Dead Snow sia una commedia? E diciamolo, però io non sono d’accordo, non fa ridere, c’è poca ironia, e se non fosse per qualche sequenza trash come i due tizi (tra cui un sosia di Fabio di Fabio & Mingo di Striscia La Notizia) si scagliano con motosega e martello contro una mandria di zombie sulle note di una versione atroce norvegese pop di alleluia, beh il film è di una noia mortale, tale che non bastino le varie automutilazioni, le budella usate come funi per scampare voragini, la violenza ed il sangue copioso a far sì che non si crolli nel sonno più profondo.
Mi cambia poco se uno zombie è nazista o comunista: il suo colore politico, gli elmetti, il fatto che alla crudeltà cinematograficamente nota degli zombie venga associata quella storicamente ancor più nota del nazionalsocialismo tedesco, sono tutti fattori che possono farmi sorridere fino ad un certo punto quando tutt’attorno c’è la noia più totale, la prevedibilità di un film che sicuramente quintalate di nerd ora staranno idolatrando in qualche sito di amanti dello splatter privo d’obiettività.
Død Snø è una rottura di palle, tra qualche anno uscirà in Italia, qualcuno dirà “Wirkola è il nuovo Peter Jackson”, che gli horror nordeuropei sono meglio dei coreani… e sarà la solita storia, come con le pecore assassine.
Ah, e comunque il primo film di Tommy Wirkola si chiamava Kill Buljo ed indovinate di quale film era la parodia?
VL
Alessandro Valori (un regista che non gode neanche di un paio di righe su Wikipedia al punto da creare seri dubbi sulla effettiva esistenza) firma il suo secondo lungometraggio con “Chi Nasce Tondo”, commedia vecchio stile intrisa di una romanità arcaica perduta (“straccio da pè ttèra”) che nulla ha a che vedere col maxgiustismo e con l’enzosalvismo imperanti nello stereotipo romano che i mass media hanno eretto da qualche decennio.
“Chi Nasce Tondo” passa quasi inosservato nelle sale in un periodo in cui il protagonista Valerio Mastrandrea appariva già in un’altra dozzina di film dove faceva il chitarrista fallito, il sindacalista fallito ed il padre di famiglia fallito che spara ai figli e poi s’ammazza.
In questa pellicola decisamente meno commerciale Valerio fa un po’ il suo solito personaggio, ma perlomeno qui deve parlare romanaccio e non deve nascondere forzatamente quella sua cadenza lievemente capitolina che non riesce a domare in nessun film (ashgiàshgia).
Bei personaggi, bella sceneggiatura tratta palesemente da piccoli aneddoti conservati all’uopo per essere inseriti in una storiella corale di due cugini in cerca della nonna ladra fuggita dall’ospizio; belle le ambientazioni e divertente è per uno spettatore di Roma cercare di riconoscere i luoghi.
Certo è che i primi 6/7 minuti di film davano l’idea di una schifezza amatoriale senza arte né parte. Ma non è così.
Affianco a Mastrandrea c’è Lele Vannoli, attore del quale non posso che tessere le lodi (mica per niente, è bravo per carità, ma parlarne male non mi pare il caso dal momento che con i VazzaNikki gli stiamo per chiedere una serata al ConteStaccio dove fa il direttore artistico, hai visto mai che s’offende e non ce fa suonà?… sto facendo un uso privato delle mie recensioni?), però si, effettivamente a volte ricorda un po’ il già (mal)citato Max Giusti, ma è pur vero che il suo personaggio non è tra i più nobili che il cinema ricordi… mentre Max Giusti parla allo stesso modo coatto pure in tv quando fa il conduttore.
Chi Nasce Tondo… vedetevelo… ehm…cioè, se volete scaricarvelo da internet è quasi impossibile, si trovano solo porno… non so perché.
VL
Penso che ormai sia inutile continuare ad incaponirsi contro la distribuzione cinematografica italiana. Eppure non posso esimermi dal lamentarmi sempre ogni volta che succede qualcosa come questa.
Stavolta, in realtà, il caso non è gravissimo; ma sono comunque sicuro che in molti sono rimasti delusi dall’ultimo film di Barry Levinson intitolato “What Just Happened?”.
Per quanto riguarda me, ho avuto modo d’apprezzare molto sia la regia che la sceneggiatura che la maniera di far commedia presente all’interno del film, ma molti avranno pensato “che palle!”; e non me la sento neanche di biasimarli perché quando ritintoli un film con un nome quale “DISASTRO ad Hollywood” e ci piazzi una locandina ipercolorata con De Niro vestito da hawaiano pappone con gli infradito e accompagnato da un cagnolino alla “tutti pazzi per Mary” e condisci il tutto con l’elenco di tutte le star che partecipano al film interpretando, spesso, se stesse, è assai probabile che la gente si aspetti una commediona matta meta-cinematografica alla “Tropic Thunder”.
Si rischia così, per molti, il cosiddetto (da me) effetto-in-bruges: ovvero quello che io ho provato al termine del film “In Bruges”, cioè non capire se mi fosse piaciuto o meno solo perché dalla locandina bizzarra con Collin Farrel che mangia il gelato mi aspettavo una sorta di “Hot Fuzz” (mea culpa, lo ammetto… ma qui mettono le parole buffe tipo “Disastro” per attirare i pazzarelli).
Dopo questo non breve prologo che probabilmente nessuno, oltre me, ha compreso, non mi resta che parlare di Disastr… cioè di “What Just Happened?”.
Ben (Robert De Niro) è un produttore di Hollywood in cerca di finanziamenti due film molto problematici: il primo è un action movie con Sean Penn nel quale il regista pasticcomane pretende che a fine pellicola crepino sia il buono che il suo cagnolino innocente sparati dai cattivi; il secondo è un film con Bruce Willis, dove la star rende le cose difficili avendo acquisito un look alla Giuliano Ferrara misto a Mario Adinolfi che poco piace alla produzione.
La Hollywood di “What Just Happened?” non è quella che ci tengono nascosta, bensì quella che ci immaginamo realmente, e Ben è tuttaltro che cinico nel suo agire, non riuscendo mai a prendere una posizione ferma e a farsi rispettare dalle varie star con relativi vizi.
Il tutto si svolge in due settimane nelle quali il produttore sull’orlo del declino deve affrontare il secondo divorzio dal quale non sembra essersi rassegnato.
Ecco, non ci sono piscine, cani che smozzicano le palle alla gente, giornate assolate con musica rock anni ’70 e tante battute comiche tra De Niro e il John Turturro di turno… no! Eppure chi non si aspettava una cosa del genere da quella locandina così colorosa? Ammettetelo, è fuorviante. Godetevi il film, ma pensate che il regista è quello di “Goodmorning Vietnam” e “Sesso e Potere”, non Ben Stiller.
… no, lo dico perché molti m’hanno detto che “Disastro a Hollywood” li ha delusi.
”What Just Happened?” è un bel film, bel montaggio, bravi attori e quel cagnolino lì non mozzicherà le palle di nessuno! OK?
non metto più i voti: però qui lo metto, perchè in fondo, con una recensione così di merda, vi meritate anche una chiara opione numerica, che stavolta è sette e mezzo.
VL
Penso di parlare per verità assolute quando dico che la Troma ha prodotto solo fastidiose e soporifere idiozie. Le persone che giustificano questa casa di produzioni dicendo che fanno film "volutamente brutti" sono le stesse che poi dicono che cose come "Tromeo & Juliet", "Nazi Surfer Must Die", "Toxic Avenger", "Class Of Nuk'em Right" ecc. sono comunque dei capolavori, dei cult, dei film divertenti ed amabili per i loro budget irrisori.
Ciò fa sì che per molte persone la Troma sia inattaccabile, se apprezzi i loro film ok, se dici che fanno schifo ti rispondono che “sono fatti apposta per far schifo”.
Ma se è vero che dal letame spesso nascono i fior, è anche vero che una cosa buona la Troma l'ha fatta: ossia produrre quell’effettivo capolavoro che è "Cannibal! The Musical", un film che ovviamente non vede come regista né Lloyd Kaufman né soci, ma un giovanissimo e ancor universitario Trey Parker, di cui questa opera prima è stata prodotta solo in seguito dalla Troma per la diffusione nei cinema nel ’96, tre anni dopo la sua realizzazione, cambiandone il titolo che prima era “Alfred Packer: The Musical” (non molti probabilmente, fuori dal Colorado, conoscevano la vera storia di questo Alfred Packer, primo uomo in America a venire giustiziato per cannibalismo).
Il film miscela in maniera invidiabilmente amatoriale generi come il western, il musical e lo splatter, ma quest’ultimo in dosi ironiche e mai inutilmente pornografiche come la Troma aveva abituato i suoi dubbiosamente arguti fans.
L’umorismo di “Cannibal! The Musical” sfigura in mezzo all’agghiacciante affastellarsi di lavori analoghi; qui si pensa a qualcosa che avrebbe potuto fare un Mel Brooks; non ci sono volgarità, giusto un pochetto ma un pochetto di vomito (ma quello, si sa, è un tema ricorrente nell’opera omnia di Trey Parker).
Per il resto, checchè se ne possa pensare di un film intitolato “Cannibal! The Musical”, è un’opera dall’umorismo spesso garbato ed intelligente, un po’ anglosassone se vogliamo (vogliamo?) e c’è chi come me non riesce a non rodersi dentro di non essere ancora riuscito a realizzare un piccolo musical amatoriale come questo.
Qualche tempo fa venne fatta una versione teatrale di questo film, diretta da Claudio Insegno (fratello di Pino), su YouTube se ne trovano degli spezzoni; l’iniziativa è lodevole, però sembra che non avessero capito molte delle trovate del film e infatti hanno ricopiato intere scene scordandosi la battuta che le chiudeva, rendendo il tutto un po’ inutile.
Vabbè.
Questo per dire che quando mi sentirete parlare benissimo di “Cannibal! The Musical” non vorrà dire che stimo la Troma.
Troma = Schifo; Trey Parker = Genio.
VL
Tematiche come il fallimento, la solitudine e l’annichilimento umano sono temi che compaiono nel cinema di Darren Aronofski con la stessa periodicità con cui improperi e tradimenti coniugali ricorrono nelle commedie natalizie italiane degli ultimi venticinque anni.
Dopo storie di uomini che risolvono le loro crisi nevrotiche dovute alla matematica trapanandosi il cranio (riuscendoci), dopo vicende di giovani eroinomani che si trovano con un braccio in cancrena, una madre sotto elettroshock ed una fidanzata in mano ad un manipolo di lussuriosi magnati, il buon Darren decide di cambiare stile con “The Wresltler”!
Potremmo perciò forse iniziare a preferire la sorte di un protagonista di un film aronofskiano rispetto a quella, chessò, di un uomo che ascolta un rullare di tamburi mentre sopra la sua testa pende una lama trapezioidale?
Assolutamente no, poiché lo stile che Aronofski muta è meramente registico: i montaggi convulsi ed incalzanti che connotavano le pellicole precedenti vengono abbandonati e sostituiti con riprese a mano che infastidiscono lievemente la vista ma maggiormente l’udito dello spettatore a causa di tutti quelli che al cinema bisbigliano lamentele sui dolori di pancia che quel ballonzolare delle immagini ha loro provocato. Ma per quanto riguarda il dramma claustrofobico, il regista statunitense non ci pensa proprio a farci uscire dalla sala con la voglia di continuare a respirare.
Il più butterato e pantagruelico dei Mickey Rourke è il protagonista di “The Wrestler”, amaro racconto di un declino umano e professionale di un lottatore il cui cuore non riesce più a tener testa ai ritmi di chi come lavoro fa qualcosa che rasenta il manichino per crash test, ma con un maggiore utilizzo (passivo) di spara-chiodi e forchettate sulla fronte.
Il personaggio parallelo a quello di Rourke è interpretato da Marisa Tomei, elemento parossisticamente surreale dal momento che si tratta di una spogliarellista a cui nessuno ormai da più corda perché …“vecchia”.
Ora… io non sono a conoscenza di quale sia la familiarità, perlomeno estetica, che voi abbiate con la povera Marisa Tomei; ma, salvo che voi non abbiata sotto i sette anni, o che siate omosessuali, o vi chiamiate Hugh Hefner oppure che stiate leggendo questa recensione nel 2021, è assai in dubbio che alle avances di una come Marisa Tomei rispondiate con “no, lascia sta’, è che sei vecchia”.
Ma probabilmente questo era uno dei rimasugli del genere fantasy onirico rimasti addosso ad Aronowski dopo “L’Albero Della Vita” del 2006.
Uscito qui da noi nel 2009, con i soliti parecchi mesi di disonorante ritardo che viene riservato ai film americani che non siano idiozie teenageriali, “The Wrestler” è un film che dimostra d’essere all’altezza del Leone D’Oro che si è portato a casa da quel di Venezia.
Bravo Mickey Rourke facilmente immedesimato in un ruolo che è un po' Hulk Hogan, un po' Vego (di Ghostbuster 2) un po' Califano. Tipica ma non stereotipata la triste caducità dei rapporti umani tra i personaggi (lodevole Evan Rachel Wood nel ruolo della figlia del bestione), catartico, a tratti struggente e talvolta commovente.
Dopo aver visto “The Wrestler”, verrebbe da chiedersi come faccia della gente, nella realtà, a trovare spettacolari e divertenti delle performance di culturisti dopati che si prendono a legnate e a forchettate su di un ring tramutandosi in spugne impregnate di sangue. Ma alla domanda “esiste qualcosa di più inumano?” mi sento in dovere di rispondere che c’è, ed è considerare Marisa Tomei ‘na vecchia.
S’è tanto parlato di "W.", il film con l'ormai onnipresente Josh Brolin nel ruolo dell'ex presidente wazzamericano George "Doppiavvù" Bush.
Berlusconi, prendendo le difese del collega texano preso di mira dal regista Oliver Stone, s’era opposto perché il film non partecipasse ai vari festival cinematografici italiani e la pellicola ha in seguito trovato ben pochi "coraggiosi" pronti a distribuirla... bah!
Tutto questo ciacolare ha giocato a favore de "La Sette" (quel canale che sta tra "italia 1" ed una rete a vostra scelta che, mi auguro per voi, non sia Mtv) che ha comprato il film, l’ha farcito con quintali di pubblicità e ce l'ha fatto vedere aggratis, convincendoci quasi a ringraziare Silvio per le polemiche che hanno portato a ciò (spero che i prossimi film che avrò intenzione di vedere al cinema parlino male di qualche amico del premier, così me li vedo a casa e non devo prendere la macchina).
Ma il mare di polemiche inerenti a "W." s'è prosciugato col sole del giorno seguente alla sua programmazione televisiva. Tutto il fumo che ha preceduto la sua visione s'è rivelato essere una falsa premessa del succulento arrosto che i fans di Oliver Stones e del cinema politologo bramavano.
Uscito forse troppo presto o troppo tardi rispetto alla carica presidenziale di Giorgio Cespuglio, "W." si rivela essere un compitino dalla sceneggiatura elementare che ripercorre la vita dell'ex presidente americano ritraendolo come un boro arricchito che mastica a bocca aperta, che quando rosica manda la macchina a sbattere contro il garage, che in presenza dei suoi consigliere si esprime con luoghi comuni sul binomio guerra-petrolio che potrebbero esser stati scritti anche da chi ha solo una vaga idea dei motivi ufficiali e di quelli reali che si nascondono dietro la guerra contro l'Iraq, un presidente che parla di Guantanamo col sorrisino beffardo sbagliandosi persino sul nome e chiamandolo "guanta na mela" (
Oliver Stone, al suo seicentesimo biopic su un presidente americano, vuole solo mostrare ai suoi compatriotti che tipo fosse in realtà quel suo compagno di università che poi ha seguito la strada paterna diventando l'uomo che gli elettori americani hanno votato due volte. Ma lo fa senza l'ironia che il film reclama ad ogni scena, senza un minimo di genialità e, quasi per sfinito rassegnamento verso l'idiozia del pubblico americano, senza neanche lasciare all'intuito ogni possibile congettura ed analisi personale sul perchè ed il percome George Bush non fosse l'uomo adatto a fare il presidente.
Il regista, nei 129 minuti di film, urla senza giri di parole agli elettori/spettatori: "Guardate! Lo prendevano tutti per il culo all'università! Non fa che dire papi al padre mai orgoglioso della sua vita da scanzafatiche! E poi guardate, mastica a bocca aperta mentre ci prova con la futura moglie ridendole in faccia quando la scopre essere una democratica! E poi che scemo! S'è strozzato con un pretzel mentre guardava il football come tutti voi burini!!".
Certo! Bush probabilmente non era da meno rispetto al Josh Brolin che lo interpreta tracimante di dabbenagine nell'ultima opera di Oliver Stone, ma dov'è la vera pericolosità del film? La satira? Nel fatto che lui s'attacca alla bottiglia e si ingozza di bistecce ai barbecue texani o nel fatto che il restante film è tutto un alternarsi di scene del padre che gli dice che è stupido e dei suoi collaboratori che pensano a come far credere agli americani che in realtà stanno invadendo l'Iraq solo vogliono i soldi, il petrolio, il potere (mentre ridono dal profondo con le fiamme alle spalle) mentre Bush dice "si si... va bene...".
Ah! Nel cast c'è anche, nel ruolo di Karl Rove, quel mostriciattolo di Toby Jones, che in parallelo lo troviamo anche nel film "Frost/Nixon - il Duello"... con la differenza che quello è un signor film con un signor Nixon interpretato da un signor Frank Langella, mentre il "Doppiavvù" firmato Oliver Stone è un film che (posso dirlo? come la maggiorpatre dei film di Oliver Stone) a stento intrattiene e che forse risulta più simpatico alla seconda visione (anche se passeranno anni prima che, da parte mia, si terrà).
A questo punto andatevi a ricercare le otto puntate di "That's My Bush" di Trey Parker...e poi ne parliamo; vedendolo capirete che W. non poteva essere un capolavoro, perchè sennò sarebbe stato un plagio.
Guantanamela...
VL
che bello, sto usando una versione vecchia di Word e non mi rompe i coglioni sottolineando a zig zag in rosso parole come "guantanamela").
Milk era un film che volevo farmi scaricare da internet!
In barba a chi lo credeva morto, il regista Sergio Martino (noto per alcuni film come “La Montagna del Dio Cannibale” disponibili a 3€ su qualsiasi bancarella impolverata) torna dietro alla macchina da presa cercando di trasformare nonno Libero in Oronzo Canà. Lo fa creando una sceneggiatura che prevede che il protagonista parli costantemente di noce del capocollo e che esclami spesso, emettendo dei gemiti acuti, il suo classico porcaputtèna.